I bisogni interculturali condivisi

I servizi di mediazione interculturale hanno rappresentato negli ultimi anni un territorio spesso sprovvisto di adeguati paradigmi sia epistemologici che professionali, per quanto i processi migratori siano stati segnati da numeri sempre più in crescita e da consequenziali meccanismi di accoglienza che velocemente hanno dovuto adattarsi a nuovi bisogni e a nuove esigenze.

di Marco Marano

Se la linea d’ombra che separa i principi legati alla mediazione culturale da quelli della traduzione linguistica, ad esempio, rimangono spesso labili, o ancora, se la facilitazione di un modello espressivo viene equivocata con la libera interpretazione di un messaggio emittente, oppure, se la difficoltà di integrare le dimensioni, apparentemente conflittuali, dell’empatia e del distacco inficiano la situazione sociale data, tutto questo connota parte di quel territorio sprovvisto di paradigmi.


La figura del mediatore, in tal contesto, ha tendenzialmente faticato a tenere il passo con le trasformazioni in atto, vuoi perché le competenze in dotazione, istituzionalmente parlando, non sempre sono state certificate da strutturati percorsi formativi, vuoi perché, ancora oggi, quella del mediatore sembra essere una funzione dagli imprecisi confini.
A ciò si aggiunga che lo sviluppo di questi ultimi anni della presenza migratoria sul territorio bolognese, in termini numerici, ha determinato una nuova necessità di permanente monitoraggio delle azioni di mediazione sociale messe in campo.

Le ragioni sono presto dette. Innanzitutto perché la capacità di produrre sistematiche analisi dei bisogni interculturali, sia relativamente ai rapporti tra cittadini migranti e agenzie territoriali politico-amministrative, sia rispetto ai singoli meccanismi d’integrazione sociale, non possono più essere disattese, data la complessità di una realtà metropolitana come quella bolognese.

Ma c’è anche il tema legato alla sostenibilità di un modello organizzativo che per rispondere al nuovo scenario deve definire strumenti gestionali realmente efficaci ed efficienti, svincolati da approcci di tipo spontaneistico o peggio da approssimazioni. In tal senso non è più prorogabile la possibilità di tenere sotto controllo i processi produttivi attraverso periodiche rendicontazioni qualitative e quantitative.


Infine, ma non ultimo, vi un altro tema che riguarda la professionalizzazione, in termini di rapporti di lavoro dei mediatori possessori di certificazioni formative e know how dedicato. Un tema questo estremamente sensibile poiché l’assenza di modalità contrattuali chiare, la mancanza di precise job description e di timing definiti, non possono più far parte di logiche che vedono la pubblica amministrazione in prima linea nell’erogazione di servizi alla collettività.

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