Il giornalismo come disciplina sociale

In una epoca in cui il giornalismo di massa ha perso di credibilità, poiché si è sempre di più allontanato dalla gente, allo stesso modo che i governi, la possibilità di costruire dei percorsi di ritorno verso la comunità può avere una interessante ricaduta sociale.

di Marco Marano

Sappiamo che nel nostro tempo storico siamo immersi nelle “Fake News”. Una espressione questa che la massmediologia ha studiato per tanti anni. Ora, in realtà, questo fenomeno è semplicemente stato generato dalla moltiplicazione dei mezzi di comunicazione di massa, fin dagli anni ottanta. Con Facebook e i social media in genere, ha assunto una identità strutturata. Alla base, dicevamo, sta un paradigma della cosiddetta “Communication Research”: “Il surplus di informazioni genera disinformazione”…

I social media hanno semplicemente amplificato una dinamica che nel novecento era ad appannaggio dei governi e dei media legati ai governi: “La mistificazione della conoscenza”. Facebook ha meccanicamente “democratizzato il depistaggio”, oggi ad appannaggio di tutti…

Il tema del depistaggio, oggi come allora, è connaturato alla capacità di non chiarire le fonti, o addirittura, ma questo avveniva più nel passato, di costruire ad hoc delle fonti false, pratiche più che altro vicine alle operazioni di intelligence.

Oggi, il depistaggio, dicevamo, viene identificato nelle cosiddette Fake News, il cui uso, in realtà, più che un depistaggio diventa una vera e propria menzogna… O almeno in parte. Cioè a dire, se la menzogna parte da un semplice cittadino, magari un analfabeta funzionale, in malafede ed incattivito, che poi è l’identikit dell’italiano medio, secondo le analisi degli ultimi tre anni, quella è una menzogna. Se però la medesima cosa la fa un politico, che magari ha un incarico istituzionale, quella la possiamo connotare in termini di depistaggio…

Tutto questo ragionamento lo abbiamo sottoposto al lettore per rimarcare il concetto, o più che altro la necessità, che occorrerebbe una vera e propria rieducazione, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni, sulla selezione delle informazioni e la loro verifica.

Quando si è esposti alle informazioni, che possano destare il nostro interesse, meccanismo chiamato “esposizione selettiva”, si da per scontato che siano vere. Certo l’affidabilità del medium la fa da padrona nei mercati editoriali. Il problema è che grandi holding editoriali nel mondo, costruiscono gerarchie delle notizie, cioè la scelta e l’ordine dei fatti da pubblicare, legate alla sfera dei sistemi politici.

Non solo, perché il tema forte, insieme all’agenda setting, è il linguaggio, principale elemento sul banco degli imputati, con l’accusa di generare stereotipia. Un peccato originale questo, che nel decennio appena trascorso, ha rappresentato una clava lanciata contro il mondo, amplificando, pregiudizi, disinformazione, malafede, ignoranza, analfabetismo funzionale…

Dicevamo del decennio appena passato, luogo temporale dove l’odio e l’astio contro chi proviene da paesi difficili, hanno potuto prendere forma e diventare i paradigmi del mondo sociale.

In tal senso, uno di questi paradigmi, forse il più pregnante, è riconducibile alla “sindrome dell’invasione”. Ma perché utilizzare il concetto di sindrome? Perché, essendo una sindrome, il sintomo clinico di una malattia, essa rappresenta appieno la patologia del giornalismo, che ha contribuito a generare una malattia ancora più pericolosa: l’incapacità dei cittadini di rapportarsi a principi di realtà, quanto piuttosto a realtà costruite.

Nel decennio appena trascorso, in un periodo tra il 2009 e il 2019, abbiamo provato a costruire dei laboratori di giornalismo sociale, finalizzati a trovare, nel nostro piccolo, delle cure alla stereotipia del linguaggio e alla malata composizione delle gerarchie delle notizie, nei mezzi d’informazione italiani. Siamo partiti dal presupposto che essi, per tradizione storica, sono portati ad ignorare gli “Esteri”, cioè tutto ciò che avviene nel mondo, se non con pochissime finestre, le cui chiavi utilizzate sono comunque stereotipate.

Proponiamo, in un successivo editoriale, un’analisi sulle esperienze condotte sul campo, appena citate.