IL MANIFESTO – Negli spazi pubblici il racconto dell’autodeterminazione

FONTE il manifesto

L’intervento di arte pubblica a cura di Cheap ha portato tra le strade di Bologna immagini che parlano di femminismo, antirazzismo e liberazione dei corpi, suscitando reazioni scomposte tra alcuni politici leghisti. Ne parliamo con Sara Manfredi, una delle fondatrici del gruppo.

Il progetto «La lotta è FICA» coniuga arte, uso dello spazio pubblico e politica. Temi al centro del dibattito più recente.
In tutto il mondo i simboli del suprematismo bianco, del colonialismo, e del patriarcato sono stati presi di mira e abbattuti, le secchiate di vernice a Montanelli in Italia hanno provocato delle reazioni che ci hanno lasciato basite. Che non si sia pronti a rinunciare ai simboli del proprio privilegio può sembrare evidente, ma non ci aspettavamo di sentire addirittura che bisogna contestualizzare uno stupro. Se da una parte sembra molto difficile capire perché alcun simboli del privilegi vadano rimossi, dall’altra c’è una resistenza ad accettare simboli che parlano di liberazione, come quelli apparsi sui muri di Bologna.

Come si è trasformato nel tempo CHEAP?
Fondato da 6 donne nel 2013 per cinque anni Cheap è stato un festival. Invitavamo artisti da Italia e altri paesi, a lavorare su pezzi del paesaggio urbano. A un certo punto abbiamo sentito che il terreno della street art cominciava a vivere delle contraddizioni. Noi lavoriamo con la carta e la carta letteralmente si scioglie a un certo punto, un elemento per definizione effimero e anti monumentale. Improvvisamente l’Italia pullula di festival di street art, che comincia ad essere associata a un’idea di rigenerazione urbana, lotta al «degrado». In questa situazione le amministrazioni hanno prodotto un paradosso a mio avviso: se hai un permesso in tasca per fare un muro diventa rigenerazione, diventa arte contemporanea, occasione di turismo per la città, se invece non ce l’hai viene definito «vandalismo grafico» e rischi sul piano penale. Davanti a questa situazione abbiamo sentito l’esigenza di decapitare il nostro festival e passare ad altro, iniziando a lavorare in maniera più fluida.

Per quale ragione avete scelto di rappresentare le istanze femministe?
Il femminismo è una delle energie che attraversa Cheap da sempre. È vitale che soggetti «altri» possano rappresentarsi all’interno dello spazio pubblico, e quindi non essere più oggetto ma soggetto, e attivare una serie di sguardi differenti sul corpo, e sulle identità. Con il Covid, questa cosa ha assunto ancora più senso perché eravamo abbastanza pronte al fatto che questa ennesima crisi avrebbe allargato il divario di genere. Poi sono saltate le manifestazioni dell’8 marzo, è mancata l’energia di essere una moltitudine. Abbiamo pensato che alla fine di questa peste ci fosse bisogno di un atto liberatorio.

Alcuni esponenti politici si sono scagliati contro le immagini rappresentate nei poster, per quale motivo?
Una cosa che è iniziata e finita lì, chi si è relazionato con il progetto, la stampa, le persone, altre amministrazioni italiane, altri collettivi, ha recepito in maniera assolutamente positiva questo lavoro. Ci chiedono di portarlo altrove e abbiamo ricevuto centinaia messaggi di ringraziamento. Ovviamente in un paese cosi fobico rispetto al corpo e cosi inchiodato a una visione binaria del genere, il corto circuito era prevedibile. Quando il corpo di una donna non viene rappresentato in una maniera erotizzata o erotizzabile, scatta qualcosa. Quando il corpo viene rappresentato come veicolo di autodeterminazione, questa libertà viene rifiutata.

Il nome del progetto fa riferimento all’organo genitale femminile, eppure molte delle opere sovvertono i confini del genere.
Ci siamo confrontate con le artiste trans, le amiche e compagne. E abbiamo pensato che se «vagina» è anatomico, «fica» è immaginifico. Ci piaceva l’idea di andare in strada con un claim femminista, ci piaceva l’idea di utilizzare quello, lo trovavamo sufficientemente disturbante. Cosa fa la gente pur di non pronunciare la parola «fica», è esilarante. Il progetto per chi ha partecipato e per il tipo di immaginario che ha attivato va in una direzione apertamente transfemminista. A volte utilizziamo Cheap come un piccolo piede di porco, perché nel dibattito pubblico cosi come nel paesaggio urbano arrivano sempre i soliti soggetti, e le solite rappresentazioni, che lo sguardo di un soggetto maschio bianco etero e cisgender fa degli altri. L’Italia è un paese razzista, post coloniale, misogino, transfobico. È difficile pensare che questa conversazione possa essere ancora rimandata.