Per una comunicazione pubblica interculturale che superi le frontiere sociali

di Marco Marano

I processi interculturali, all’interno del tessuto urbano, si possono sviluppare mediante più dimensioni che riguardano le modalità attraverso cui viene a connaturarsi la relazione tra cittadini dal background migratorio e municipalità: la comunicazione istituzionale, la mediazione linguistica, il giornalismo di comunità

L’idea stessa su cui si fonda la dimensione della “Comunicazione pubblica” rientra all’interno di un concetto che permea tutti i soggetti in campo: l’equilibrio del corpo sociale. Equilibrio inteso nel seno della dinamica dei diritti e doveri sanciti dalla Costituzione prima e dalle leggi ordinarie poi…

Se la legge fondamentale garantisce, nei suoi principi fondamentali i diritti dei cittadini che provengono da altri paesi, questa diventa la fonte primaria di legittimazione per l’erogazione dei servizi di natura pubblica, tesi a garantire i diritti di chi non ha cittadinanza giuridica.

Ma c’è anche un altro tema, cioè quello relativo ad una cultura pubblica che faciliti i processi d’inclusione dei cittadini dal background migratorio, che deve ovviamente partire dal sistema municipale, con le sue infrastrutture dedicate, come ad esempio i centri interculturali.

E’ lì, infatti, ma non solo, dove dovrebbero crearsi le condizioni per definire processi sociali in cui le comunità nazionali possano essere protagoniste. Ma come sappiamo il protagonismo non basta, è necessaria la partecipazione ai processi di sviluppo metropolitani e questo non potrà mai avvenire senza un riconoscimento da parte dell’intero corpo sociale.

E’ gioco forza che un tale riconoscimento non potrà mai esserci senza la conoscenza di quella singola realtà o cultura. Ecco, quest’altro concetto non può che diventare paradigmatico, nella capacità di riconoscimento dei diritti di tutti sanciti dalla Costituzione. Ma la conoscenza di cosa? Innanzitutto dei sistemi di significazione simbolica delle diverse culture insediatesi all’interno del contesto urbano. Chi ha vissuto con persone non europee sa che persino una parola o una frase può avere una interpretazione, e quindi un significato, diverso da cultura a cultura.

Questo significa che il rispetto dei diritti di tutti non può che partire dal rispetto dei sistemi simbolici di tutte le realtà presenti sul territorio. Non solo. Perché la conoscenza di un popolo, di una cultura, di cui pezzi si spostano per il mondo in cerca di “salvezza”, che sia a causa di guerre, di dittature o di miseria, non può che passare dalla conoscenza dei luoghi da cui provengono quei pezzi di popoli. L’incapacità di capire chi è quell’uomo o quella donna o l’anziano, con la “pelle” diversa dalla nostra, che incontriamo sul pianerottolo, o nel bus, o all’ufficio postale, rende tutto più complicato.

Per queste ragioni occorre forse ri-orientare il concetto stesso di “comunicazione pubblica”, per poter creare le condizioni affinché nelle città vengano abbattute “le frontiere sociali”, della lingua, della simbologia, della stereotipia che impediscono i processi di vera inclusione.

Per tali ragioni possiamo dire che è comunicazione pubblica il lavoro di un mediatore, che fa da terzo soggetto nella relazione tra un ufficio pubblico e il cittadino dal background migratorio…

E’ comunicazione pubblica la possibilità di catalogare, analizzare, strutturare dati e informazioni a doppio binario: verso il territorio di accoglienza come verso i paesi d’origine.

E’ comunicazione pubblica la capacità diffondere alla comunità queste informazioni, rendendole patrimonio comune.

Ma è comunicazione pubblica anche trasmettere agli studenti delle scuole alcuni paradigmi sulla realtà di ogni giorno che non hanno la possibilità di vedere, rimanendone fuori, senza uno sguardo aperto alla città e dunque al mondo. Perché la conoscenza approfondita di altri mondi, che vivono vicino a noi, ma che partono lontano da noi, è di fondamentale importanza per conoscere l’altro da noi…