La mediazione interculturale in Emilia Romagna: presentata la nuova ricerca regionale

Nello studio della Regione Emilia-Romagna, sulla situazione legata alla figura professionale del mediatore interculturale, viene tratteggiato un diverso identikit rispetto al passato.

di Marco Marano

Bologna, 22 giugno 2021 – La Regione Emilia Romagna ha pubblicato, ieri, i risultati della nuova ricerca, condotta a distanza di 11 anni dall’ultima indagine, dal titolo “La mediazione inter-culturale in Emilia-Romagna”. Lo studio è stato promosso dal Servizio Politiche per l’integrazione sociale, il contrasto alla povertà e Terzo settore, in collaborazione con il Servizio Assistenza territoriale e con il supporto del progetto europeo FAMI ICare.

Tra mediazione e accoglienza

La presentazione dell’indagine sociale si è svolta all’interno di un webinar per addetti ai lavori, dal titolo “Mediazione ed Accoglienza”, nel quale hanno portato il loro contributo Luca Pacini del Servizio Centrale/Anci, Raffaella Campalastri, referente del progetto FAMI/StartER, Rosa Costantino, referente del progetto ICARE, Jora Mato e Wertani Amhed, che hanno operato sul campo, nell’ambito del medesimo progetto. E’ stata questa la sede in cui Marzio Barbieri, della Regione Emilia Romagna, Supervisor del progetto di ricerca, ha tratteggiato i caratteri di questa figura professionale.

I caratteri della ricerca

Il periodo di rilevamento, attraverso la somministrazione di questionari anonimi on-line, si è svolto tra aprile e maggio del 2020 e ha coinvolto la rete dei servizi pubblici del territorio regionale che “mediano” con un’utenza dal background migratorio, attraverso sportelli e centri informativi per stranieri, aziende USL, ospedali, consultori, scuole, centri per l’impiego, servizi per migranti, protezioni internazionali.

Gli obiettivi della ricerca specificati sono stati individuati su alcune grandi direttrici:

il dove e come operano, le necessità tecniche e formative, le evoluzioni professionali, le problematiche attuali, le possibili sfide future.

L’identikit del mediatore interculturale oggi

E’ sull’identikit del mediatore interculturale in Emilia Romagna, nel 2020, tratteggiato da Marzio Barbieri, che si possono misurare, appunto i cambiamenti dell’ultimo decennio…

La figura tipo prevede una prevalenza di donne, mentre gli uomini, sicuramente in aumento, li ritroviamo nei centri di prima accoglienza. Il 60 per cento delle/dei mediatrici/ori sono italiani, di nascita o naturalizzati. Posseggono un titolo di studio alto e parlano almeno tre lingue, escluso l’italiano, che rappresenta la lingua veicolare al centro della relazione. Sono tendenzialmente più anziani, in relazione al passato.

Rispetto a 11 anni or sono, quando i mediatori si muovevano sul mercato del lavoro come freelance, oggi sono inglobati all’interno del Terzo Settore: associazioni o cooperative. Anche perché difficilmente è possibile trovare call pubbliche per la ricerca di singole figure, quanto invece per l’attivazione di servizi connotati.

In questa nuova situazione sociale, vi è la possibilità quindi di potersi strutturare all’interno di un sistema, anche se in pochi ancora vivono questo lavoro come full-time. Così, su 32 enti fornitori in Emilia Romagna, 27 sono cooperative e 5 sono associazioni, che raccolgono complessivamente circa 400 mediatrici/ori strutturati.

Un altro elemento che connota il lavoro di questa figura professionale è il fatto che non esiste un unico bacino territoriale dove muoversi: tradizionalmente era la propria area metropolitana. Oggi ci si muove su più province.

Il tema controverso della settorialità

Il tema della “settorialità” degli ambiti d’intervento, diventa uno dei temi centrali legati allo sviluppo professionale. Da un lato, questa figura si caratterizza per l’acquisizione di competenze multiple, che rappresentano in qualche modo il know how, diciamo così, “flessibile”; esso permette ai mediatori di poter “cavalcare” le onde dei repentini cambiamenti relativi ai bisogni territoriali dei cittadini dal background migratorio.

Dall’altro lato si apre forse l’esigenza alle specializzazioni, in particolare  per l’area socio-sanitaria e quella legale, che potrebbero caratterizzare il futuro della mediazione interculturale.

Un altro elemento interessante legato a questa grande flessibilità della figura della/del mediatrice/ore è stata riscontrata proprio nell’ultimo anno, in fase di pandemia, nel momento in cui le donne e gli uomini impegnati sul campo hanno assolto alle funzioni di operatori informatici, supportando i beneficiari dell’intervento di mediazione sull’uso dei collegamenti in remoto.

Il futuro è nella “mediazione territoriale”

Durante il webinar di presentazione, sono usciti fuori input e suggestioni che in qualche modo hanno completato il quadro anche a livello nazionale. Innanzitutto la “provocazione” di Luca Pacini, il quale proprio in seguito ai risvolti della pandemia, dal punto di vista della crisi socio-eonomica di pezzi della popolazione, soprattutto anziana, propone un ampliamento dei confini di lavoro del mediatore interculturale, che rispondendo ai bisogni di cui sopra, si possa trasformare in una sorta di “Mediatore territoriale”, ricalibrando la figura professionale in ragione di nuovi bisogni.

Infine, Raffaella Campalastri ha evidenziato come già da anni la figura della/del mediatrice/ore in Emilia Romagna sta dentro le equipe multidisciplinari socio-sanitarie, ormai a pieno titolo. Rosa Costantino ha messo l’accento sulle differenze di tipo organizzativo, relativamente ai diversi territori della penisola…

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