EDITORIALE – L’avanzare dell’autoritarismo burocratico in alcune esperienze del sistema pubblico italiano

L’osservazione dei modelli di gestione delle società del comparto pubblico italiano, partecipate e/o municipalizzate, soprattutto quando implodono, dal punto di vista gestionale, ci porta a tratteggiare gli elementi di quello che facilmente si può trasformare in un modello burocratico-autoritario. Mediante l’ uso dello strumento sociologico, attraversando le metafore simboliche della letteratura, cerchiamo di entrare dentro questa sorta di mondo fantastico…

di Marco Marano

L’uso della metafora di “Farenheith 451” ci è utile poiché descrive una società in cui è necessario bruciare i libri per avere il controllo sul passato. Fare tabula rasa del passato significa portare alle estreme conseguenze l’esigenza di controllo sociale sul presente. Sull’individuo questa condizione si traduce in termini di oppressione: psichica, sociale, economica.

La società raccontata nel romanzo di  Ray Bradbury  e nel film di François Truffaut  è una società distopica. Se nella tradizione delle scienze sociali il termine “distopico” si traduce come negazione del termine “utopico”, cioè “ciò che dovrebbe essere”, bruciare i libri, da parte dei vigili del fuoco, significa bruciare il passato, come rappresentazione apocalittica del modo in cui i pericoli di derive insiti nelle società burocratiche, esprimono la vulnerabilità delle stesse.

Un sistema burocratico, che meno apocalitticamente di Farenheit 451, per ottenere il controllo sul passato, “brucia” le storie professionali  delle singole persone, eliminando il valore delle competenze, ottiene lo stesso risultato, poiché ribalta la logica della legittimità: “Tu non sei qui per le tue competenze, tu sei qui poiché la mia autorità te lo permette…”

Dal punto di vista semiotico, questo modello individua due grandi processi narrativi ricorsivi, che rappresentano le issues finalizzate a “sensibilizzare” verso il nuovo ordine costituito…

“Non siamo più nel passato!”

“E’ necessario il rispetto delle nostre regole procedurali”.

Ma a tal punto c’è un altro ambito studiato dalle scienze sociali, che diventa anch’esso utile per orientare alla comprensione dell’idea di autoritarismo burocratico: il nichilismo. L’idea nichilista, nella sua accezione più ampia, è quella di demolire il tradizionale sistema, annientando il passato, poiché vissuto come tradizione decadente.

Una prospettiva che si sposa appieno  con la mission dell’autoritarismo burocratico, poiché esso esprime la necessità dell’affermazione di autorità, all’interno del nuovo ordine costituito, che esso sia rappresentato da un alto dirigente, un capo area, ecc…

Società partecipate, società municipalizzate, ma anche pezzi degli enti locali, a volte, succede che possano cadere dentro i buchi neri dell’autoritarismo burocratico. La tendenza a questo tipo di deriva gestionale è di gran lunga facilitata allorquando il modello pone “un uomo solo al comando”, come nei casi in cui anziché esserci un Consiglio d’Amministrazione vi sia un Amministratore unico.

Un modello questo che facilita l’affermazione, senza contrappesi, di una leadership personale e non più collettiva. La degenerazione della leadership personale produce quello che potremmo definire come “nichilismo burocratico”, i cui effetti saranno inevitabilmente distopici e non utopici, nel senso di ciò che dovrebbe essere…

Senza salvaguardare il valore di tutte le competenze, e non solo quelle tecnicistiche, proceduralmente burocratizzabili, si otterranno i risultati, in termini di ricaduta dei servizi territoriali, di basso livello prestazionale. Una condizione che tende ad abbassare il valore del risultato sociale, nel momento in cui viene eliminato il valore della competenza, legata alla storia personale del dipendente pubblico…

Sappiamo, insomma, che un ordine burocratico nichilista risponde prioritariamente all’esigenza dell’affermazione di autorità e dunque di leadership. Ma se l’imperativo per assolvere a questa condizione è quello di annientare la storia professionale singolare, la sua negazione distopica come viene espressa?

Per rispondere a questa domanda ci preme la necessità di prendere in prestito un’altra metafora mutuata nella storia della letteratura: il Castello di Kafka. Il protagonista chiamato “K”, ma il suo alterego di oggi noi lo chiameremo “Signor K”, è sicuramente un modello esplicativo della realtà.

Se K da agrimensore si ritroverà a fare il bidello in una scuola locale e finirà come netturbino, tra l’astio dei funzionari del Castello e la paranoica redazione di verbali, la sua vicenda sembra cadere tra il nulla e l’oblio, dato che, tra alterne vicende personali, combatterà, senza riuscirci, per farsi riconoscere le sue competenze professionali.

Chissà quanti Signor K ci sono in Italia, dentro i sistemi burocratici… Come quel Signor K, ad esempio, che possiede, in seguito ad un concorso superato, competenze generali, avendo maturato, nel corso degli anni tante competenze specifiche legate ai bisogni territoriali. Ma i vertici del sistema burocratico, che risiedono nel Castello, quelle competenze anziché valorizzarle le negano, poiché la maturazione di quelle competenze non è avvenuta sotto il loro controllo, ma appunto nel passato…

E’ allora che per il Signor K inizia la via crucis per farsi accreditare dai funzionari del Castello… Quello che al Signor K viene detto è che se vuole continuare a fare il proprio lavoro, che fa da decenni, deve fare dei concorsi specifici con la benedizione del Castello… Ma il Signor K sa bene che questa è una mistificazione poiché per il lavoro che fa lui, dove occorrono competenze non teoriche ma trasversali, insieme ad una profondissima conoscenza dei bisogni territoriali, oltre che, ovviamente, delle materie in questione, non esiste nessuna classe di concorso, proceduralmente burocratizzabile, che possa ricoprire la funzione da lui espletata…

La storia del Signor K è il risvolto al singolare di un processo di autoritarismo burocratico. Ma in termini collettivi che ricaduta avrà? Vediamo alcuni effetti collaterali… Un continuo ricambio, in termini di turn-over, di personale sfornito di know how specifico maturato sul campo, produce disordine organizzativo e caos sociale, ma produce anche inefficienze e disumanizzazione, andando a detrimento dei processi collettivi…

Ma allora, come finirà la storia personale del Signor K, a cui viene negata la legittimità sulla sua storia professionale personale? Non lo sappiamo, ma dato il senso di oppressione che esso deve sopportare, la sua fine potrebbe essere quella non scritta ma immaginata da Kafka: il Signor K muore d’infarto immediatamente prima di aver saputo che poteva accedere al Castello in qualità di agrimensore, poiché magari i funzionari del Castello sono cambiati e con loro anche le regole…