VOCI GLOBALI – La crisi in Afghanistan, quali scenari si aprono per il Medio Oriente

FONTE Voci Globali  Gaia Resta 

[Traduzione a cura di Gaia Resta dell’articolo originale di Tony Walker pubblicato su The Conversation]

Miliziani afghani a difesa di Kabul nel giugno 2021, mentre i talebani già conquistavano il nord del Paese. Foto da Flickr in CC

Nel 1800, l’impero britannico e quello russo erano in competizione per ottenere potere e controllo in Afghanistan e nei vicini territori dell’Asia centrale e meridionale; questa sfida è stata definita come il “Grande Gioco. Ma nessuno dei due contendenti prevalse in quello che in seguito fu invece ricordato come il “cimitero degli imperi”.

Due secoli dopo, la superpotenza americana ha rivissuto una simile realtà.

La debacle dell’Afghanistan, che ha visto crollare nel giro di ore un esercito locale di 300.000 unità addestrato e armato dagli Stati Uniti, costituisce un valido promemoria dei limiti del potere americano in tutto il Medio Oriente.

Il presidente degli USA, Joe Biden, è in queste ore oggetto di dure critiche per il ritiro dei militari eseguito in maniera disastrosa, ma le responsabilità degli eventi recenti si perdono nella notte dei tempi fino ad arrivare alla decisione – dall’epilogo drammatico – di  “costruire una nazione” in un Paese che aveva resistito alle interferenze esterne per migliaia di anni.

Dopo la caduta di Kabul e il frettoloso ritiro degli USA da un Paese nel quale ha dissipato mille miliardi di dollari, si apre la domanda: cosa succederà ora in Medio Oriente?

Questo interrogativo riguarda un’area che va dal Marocco ad Ovest al Pakistan a Est, dalla Turchia a Nord fino ai Paesi del Golfo e al Corno d’Africa a Sud. Ogni angolo del Medio Oriente e del Nord Africa sarà toccato in qualche modo dal fallimento dell’autorità americana in Afghanistan, la guerra più lunga nella storia del Paese.

La strategia condotta dagli Stati Uniti era stata peraltro condivisa dai suoi alleati della NATO e da Paesi come l’Australia, la cui sconsiderata partecipazione a un impegno a tempo indeterminato in Afghanistan dovrebbe anch’essa essere al centro delle critiche.

Una nuova Saigon?

Inevitabilmente, molti stanno paragonando la fuga in preda al panico dell’America da Kabul con quanto accadde a Saigon 46 anni fa. Sotto alcuni punti di vista, la situazione afghana è più preoccupante, in quanto gran parte del Medio Oriente rischia di precipitare nel caos.

La sconfitta dell’esercito sud-vietnamita nel 1975 può aver influenzato gli eventi poi accaduti nei vicini Stati dell’Indocina, ma gli effetti negativi furono ampiamenti contenuti.

In Afghanistan la situazione è diversa nel senso che, mentre in Vietnam la credibilità e la sicurezza dell’America furono schiacciate, la superpotenza rimase la forza militare dominante nel Pacifico occidentale prima dell’ascesa della Cina.

In Medio Oriente, Washington – le cui capacità sono ormai ridotte e la cui certezza di saper tenere fede ai propri impegni è stata scossa, se non distrutta – scoprirà che la sua autorità sarà più che messa in discussione.

Questo accade in un momento in cui la Cina e la Russia stanno mettendo alla prova su scala globale la risolutezza dell’America. Nella regione mediorientale, la Turchia e l’Iran stanno già cercando di riempire il vuoto lasciato dal fallimento statunitense.

Pechino e Mosca, ciascuna per suoi specifici motivi, hanno i propri interessi nel futuro dell’Afghanistan. Per la Cina non si tratta solo di condividere un confine, mentre la Russia nutre timori di lunga data nei confronti dell’estremismo afghano per la possibilità che si estenda alle sue comunità musulmane e a quelle degli Stati adiacenti.

Di recente, la Cina ha coltivato rapporti con i leader talebani: il mese scorso il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato sotto i riflettori il capo politico dei talebani afghani, il Mullah Abdul Ghani Baradar.

Poi c’è il Pakistan, che nell’arco del tempo ha sostenuto i talebani sia in segreto che apertamente. Islamabad leggerà nell’estrema difficoltà degli USA una possibilità per il Paese di assumere un ruolo regionale di maggior rilievo.

Senza dimenticare gli stretti legami tra Pakistan e Cina, e il difficile rapporto con gli Stati Uniti.

Nello stesso Afghanistan, i talebani potrebbero mantenere la promessa di cambiamento e di impegno a stabilire il consenso in un Paese dilaniato da violente divisioni etniche e tribali. Considerati i segnali premonitori circa le brutali rappresaglie in atto da parte dei talebani contro i nemici e la reazione terrorizzata della popolazione afghana ormai sotto shock, solo con un atto di fede si potrebbe credere che qualcosa sia cambiato.

Quali implicazioni per il Medio Oriente?

Sarà permesso ad al-Qaida e agli affiliati dello Stato Islamico di ristabilirsi in un Afghanistan controllato dai talebani? Quello talebano riemergerà come Stato-sponsor del terrorismo? Continuerà a consentire che l’Afghanistan venga usato come un enorme mercato dell’oppio?

In altri termini, i talebani cambieranno i loro metodi e si comporteranno in maniera tale da non costituire una minaccia per i Paesi vicini e tutta la Regione?

Dal punto di vista degli Stati Uniti, con l’uscita dall’Afghanistan i tentativi di rivitalizzare gli accordi sul nucleare con l’Iran rimangono la principale questione incompiuta in Medio Oriente, senza considerare l’apparentemente irrisolvibile conflitto israelo-palestinese.

I tentativi di ripristinare il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) hanno costituito la chiave di volta degli sforzi dell’amministrazione Biden di impegnarsi in maniera più costruttiva in Medio Oriente.

I progressi sono andati scemando. L’elezione di un nuovo presidente iraniano noto per la sua linea dura, ha compromesso ulteriormente gli sforzi per raggiungere un qualsiasi accordo. Il JCPOA è naufragato, abbandonato dall’ex presidente USA, Donald Trump, facendo aumentare l’incertezza e il livello di rischio rispetto ai piani relativi al Medio Oriente.

Nessuno sarà tanto interessato agli sviluppi nel vicino Afghanistan quanto la leadership di Teheran. I rapporti dell’Iran con i talebani sono stati a volte tesi, a volte collaborativi, considerata la preoccupazione di Teheran per la violenza contro gli sciiti in Afghanistan.
Gli sciiti iraniani e i sunniti fondamentalisti talebani non sono partner naturali.

Andando più lontano, gli ultimi sviluppi in Afghanistan cattureranno l’attenzione degli Stati del Golfo. Il Qatar ha offerto rifugio diplomatico ai talebani durante i negoziati di pace con lo sconfitto governo Ghani. Questa iniziativa di pace, avviata sotto gli auspici degli Stati Uniti, ha ora rivelato il suo motivo d’essere: ha coperto le ambizioni dei talebani di riconquistare il potere a pieno titolo.

È sconcertante come qualunque osservatore dotato di raziocinio abbia potuto pensarla diversamente.

L’Arabia Saudita non sarà scossa dagli eventi degli ultimi giorni in quanto non è tra gli interessi di Riad che l’autorità americana nella Regione venga indebolita. Ciononostante, i sauditi hanno i loro legami di lunga data con i talebani. Nella politica estera dell’Arabia Saudita, l’Afghanistan non è un gioco a somma zero.

Più in generale, il colpo sferrato alla posizione degli USA nella Regione costituisce un motivo di preoccupazione per i suoi alleati arabi moderati, tra cui l’Egitto e la Giordania. Per ciascuno dei due Paesi, con le loro versioni dei talebani appostati nell’ombra, i recenti eventi in Afghanistan non costituiscono certo una buona notizia.

Il successo dei talebani in Afghanistan avrà delle conseguenze nell’area più esplosiva del Medio Oriente. Sia in Iraq che nelle zone della Siria in cui gli USA mantengono una presenza militare, l’uscita degli americani sarà destabilizzante.

In Libano, che è ormai a tutti gli effetti uno Stato fallito, la debacle dell’Afghanistan non farà che peggiorare una situazione già critica.

Israele valuterà le implicazioni della battuta d’arresto subita dal suo principale alleato. Una maggiore instabilità in Medio Oriente non gli gioverà di certo.

In questa nuova fase, l’America si tirerà indietro da tutti i suoi impegni in Medio Oriente tranne quelli più urgenti. Sarà questa l’occasione per gli USA di riflettere sull’insegnamento da trarre dalla dolorosa esperienza afghana.

Una lezione che dovrebbe essere di primaria importanza per gli Stati Uniti e per i suoi alleati è quella che insegna come combattere le guerre di uno “Stato fallito” sia una causa persa in partenza.